Con il termine carne sintetica o carne artificiale, di cui si parla sempre di più ultimamente, si fa riferimento ad un prodotto simile alla carne, sintetizzata a partire da cellule staminali di animali all’interno di bioreattori. Ma capiamo meglio cosa significano queste “parolone”.

Le cellule staminali sono cellule “naive” che ritroviamo in tutti gli organismi (per fortuna!), che sono in grado di differenziarsi in diverse tipologie di cellule garantendo un ricambio e una rigenerazione cellulare e tissutale quando quelle originali sono “vecchie e ammalorate” e in questo modo possono essere sostituite. Tutti noi abbiamo sentito parlare di cellule staminali relativamente alla donazione del cordone ombelicale oppure di un loro utilizzo per la cura di patologie gravi come leucemie e linfomi. Ecco, queste cellule, che si trovano in diversi organi del nostro corpo, compreso il tessuto muscolare, sono una riserva, “una scorta” fondamentale per la nostra vita e quella di tutti gli esseri viventi.
La carne coltivata in laboratorio sfrutta esattamente queste caratteristiche, ovvero la possibilità di queste cellule di essere prelevate da un tessuto (muscolare) di un animale e poi “spinte” a crescere e a differenziarsi in cellule muscolari “adulte” in laboratorio mediante l’utilizzo di fattori di crescita (zucchero, sali minerali, amminoacidi, siero, ecc..).
Nulla di nuovo, dunque, dal punto di vista scientifico, se non che questa “scoperta” potrebbe avere importanti implicazioni ambientali, economiche, di salvaguardia del benessere animale e forse un modello che, qualora funzionasse, potrebbe garantire cibo ad un costo contenuto agli oltre 7 miliardi di persone che popolano la nostra terra (che arriveranno a 10 miliardi nel 2050).
Relativamente invece ai cosiddetti bioreattori, direi che, per semplificare, potremmo immaginarceli, come delle specie di pentole in cui temperatura, umidità, pressione sono perfettamente controllate e in questo modo garantiscono le migliori condizioni di crescita delle cellule ottimizzando risorse e tempistiche. Nulla di fantascientifico, ma anche qui, con delle enormi potenzialità di crescita per l’industria italiana (vedasi Solaris Biotech Solution IND con sede a Porto Mantovano) e non solo.
Scegliere è rimasto un privilegio di pochi, e non si sta discutendo sulla qualità del made in Italy o sulle nostre eccellenze enogastronomiche, bensì della possibilità, offerta dall’avanzamento tecnologico, di produrre carne riducendo il numero di allevamenti intensivi, con evidenti benefici per il benessere animale e ambientale, spingendo da un lato gli allevatori a produrre meno carne ma di qualità superiore, facendosi pagare il giusto prezzo, e dall’altro pensare che un alimento sicuro, prodotto a livello industriale possa, potenzialmente, essere una delle possibili soluzioni per far fronte alla povertà alimentare di 345 milioni di persone che soffrono di carenza di cibo e in cui l’assorbimento settimanale di proteine è ben lontano rispetto a quanto necessario per garantire un adeguato stato di salute.
Il dibattito si è fatto particolarmente rumoroso a partire da novembre 2022, quando la Food and Drug Administration statunitense ha dichiarato sicuro il consumo di carne di polpette di pollo coltivate in laboratorio sviluppate da una start-up californiana. Ed è proprio sulla questione della sicurezza per il consumatore che noi, come cittadini, amministratori, politici, scienziati dovremmo concentrarci. E invece si distoglie l’attenzione dall’unica cosa veramente importante, per addentrarsi in elucubrazioni riguardo all’eccellenza del made in Italy, alla qualità dei nostri prodotti, al rischio per il mercato italiano, come se un prodotto sintetico potesse sostituirsi, nel breve periodo, a tutto ciò. Infatti, nonostante la recente approvazione, passeranno diversi anni prima di poter vedere sugli scaffali dei supermercati una confezione di carne “sintetica” prodotta in laboratorio e la prospettiva di una sostituzione della carne “classica” con il nuovo prodotto appare inverosimile perfino per i ricercatori che se ne occupano. Il processo di produzione è attualmente ancora molto complesso, lungo ed eccessivamente costoso per pensare che “tale rischio” sia prossimo alla realtà. Serviranno anni, sforzi economici importanti, ulteriori approfondimenti e dati scientifici che possano darci risposte in merito alla sicurezza alimentare, al reale costo energetico per la produzione di 1 kg di carne sintetica e non da meno i costi di produzione e la percezione che il consumatore avrà rispetto a tali prodotti.
L’errore enorme che sta facendo il nostro Paese però riguarda il fatto che fermare ora la ricerca ANCHE in questo settore significa perdere un “treno” che potrebbe portare fondi, far nascere nuove imprese, nuovi centri di ricerca e come spesso accade in ambito scientifico, sviluppare nuove conoscenze utili in medicina o in settori che non erano stati minimamente presi in considerazione (“a cosa servono le missioni spaziali???” cit). E, cosa forse ancora più grave, ci si illude di poter “fermare il vento con le mani”, senza fare nulla, o ben poco, per valorizzare davvero i nostri prodotti alimentari nel mondo.
Alla luce di tutto ciò è chiaro che posizioni di “esclusione a priori”, così come preannunciato dal Ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare, Dott. Lollobrigida, con la proposta di legge che vieterà la produzione e la commercializzazione di tali prodotti in Italia, avranno certamente, come primo impatto uno stop alla ricerca su una tematica interessante, che potrebbe avere sviluppi importanti, anche in altri ambiti (come spesso accade in ricerca), e che esclude, ancora una volta l’Italia, dalla possibilità di “esserci”.
In Italia, abbiamo ottimi ricercatori, ma pessimi politici che ascoltano la pancia della gente e delle corporazioni anziché affidarsi ai dati scientifici e che vivono di presente quando invece dovrebbero alimentare speranze e futuro. Caro Galileo, scusaci, non abbiamo imparato ancora nulla.
Alice Vismarra