Le nuove generazioni alla ricerca del tempo rubato

Il progresso tecnologico dalla rivoluzione industriale ad oggi è stato il principale fattore che ha determinato l’incredibile aumento di beni e servizi di cui la nostra società si è servita e si serve. Un progresso tecnologico che aumenta la propria velocità con l’avanzare del tempo. Ritengo inutile in questa sede ricordare le varie fasi che il sistema produttivo ha attraversato, prendo semplicemente come dato di fatto quanto appena affermato.

All’innovazione tecnologica ed al conseguente aumento della capacità produttiva si sono accompagnate costanti rivendicazioni sociali che hanno portato in questi secoli ad un avanzamento su tre aspetti principali del mondo del lavoro: miglioramento dei luoghi di lavoro, aumento del salario e riduzione dell’orario lavorativo. Questo articolo si concentrerà principalmente sul terzo aspetto, non per questo si ritiene che questi tre argomenti siano tra loro slegati.

L’andamento delle ore settimanali lavorate da un lavoratore salariato in Italia negli ultimi tre secoli è  sostanzialmente decrescente, almeno fino agli anni ’70 del Novecento, poi questo trend si esaurisce. Possiamo dire che dopo tre secoli di costante, seppur lento, progresso, su questo tema l’economia italiana negli ultimi 50 anni non ha fatto nessun progresso. Perché?

Pongo questa domanda per il fatto che il tempo è per definizione la risorsa più preziosa di cui ogni persona dispone, perché dunque su questo la società italiana non è riuscita ad ottenere risultati negli ultimi decenni. Credo che i fattori siano molteplici, dalla produttività del lavoro al contesto politico, ma che la risposta vada innanzi tutto ricercata nel modello socioculturale di riferimento. Quale modello dunque?

Facciamo un passo indietro, si è detto dell’aumento dei beni e servizi che hanno inondato la nostra società, si aggiunga un quadro di redistribuzione della ricchezza che va sempre più verso un livello di concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi a svantaggio della maggioranza della popolazione. Per quale motivo continuiamo a lavorare le stesse ore ma la ricchezza si concentra sempre più a favore di poche persone. Beni e servizi, con un’offerta sempre più ricca non solo in termini quantitativi ma soprattutto nella diversità dell’offerta servono a soddisfare i bisogni di ognuno di noi, sono dunque i bisogni la chiave per comprendere il fenomeno?

Credo in parte che si, ci si debba concentrare sui bisogni, bisogni che costituiscono un fondamento del nostro modello culturale. Il modello cui mi riferisco, che domina gran parte della società occidentale e si sta rapidamente espandendo a tutto il mondo impone un imperativo categorico: per raggiungere la felicità, il riconoscimento sociale, la sicurezza quotidiana, le persone devono necessariamente aspirare ad avere a disposizione il maggior numero di beni e servizi, senza di essi le persone semplicemente non sono, non esistono, non contano nulla.

Ed è proprio questo modello che ci impone dei bisogni indotti, un dato bene o un dato servizio devono essere assolutamente raggiunti altrimenti la pena è l’esclusione sociale e l’infelicità. Grazie a questo meccanismo il capitalismo crea bisogni con i quali potrà estrarre ore lavorate in cambio di beni o servizi. Ma questi beni e servizi ci servono veramente? tali bisogni indotti sono reali?

Quando un bisogno è reale è chiaramente una questione che ogni persona dovrà affrontare individualmente oltre che collettivamente ma per far ciò serve il bene più prezioso che questa possiede, il tempo. Ma se il tempo a disposizione è scarso, ridotto dalle ore passate a lavorare e dalle attività volte a soddisfare i cosiddetti bisogni indotti come potrà interrogarsi su tale tema?

La risposta è molto semplice: non potrà farlo, pertanto demanda inconsciamente la risposta al modello di riferimento. Se il modello dice che per essere soddisfatto devo possedere un’auto, o altri beni costosi, acquistare il tale servizio, come un viaggio esotico o una cena in un ristorante famoso, allora riconoscerò come bisogno reale quello di avere quel bene e quel servizio.

È chiaramente un modello quello appena riassunto che si autoalimenta. Una persona non ha il tempo di capire, studiare, riflettere, confrontarsi, e ad essa viene proposta una soluzione alla propria insoddisfazione, incertezza, insicurezza, avere quel bene, disporre di quel servizio, alimentando costantemente la scarsità del proprio tempo a disposizione.

Come uscire da tutto ciò, con un’analisi profonda certo, ma se la maggior parte delle persone non possono permettersela? Una risposta alternativa, forse inconsapevole, potrebbe essere semplicemente non lavorare perché il modello sociale nel quale vivo non mi rappresenta. Forse è quello che le nuove generazioni stanno facendo, consapevolmente o no?

 

 

Lascia un commento