
Con il disegno di legge del governo Meloni in materia di sicurezza pubblica la “resistenza passiva” in carcere diventa reato!
Attingo a piene mani da due articoli, uno su “Il Riformista” di Alberto de Sanctis e l’altro su “Avvenire” di Paolo Borgna per mettere in risalto un passaggio nel testo del disegno di legge in tema di sicurezza pubblica, tutela delle Forze di Polizia, vittime dell’usura e dei reati di tipo mafioso e ordinamento penitenziario, approvato dal consiglio dei ministri il 16 novembre scorso.
All’articolo 18 del disegno di legge in materia di sicurezza, si introduce nel codice un nuovo reato: la “rivolta in istituto penitenziario” (415 bis c. p.).
Le rivolte in carcere ci sono sempre state e sono sempre state represse per i reati che durante la rivolta si commettono. Tipicamente: violenza, minaccia o resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento, evasione e (nei casi più gravi) incendio, sequestro di persona o lesioni. Non c’era certo bisogno di un nuovo reato per punire queste condotte.
Ma il punto non è tanto aver voluto introdurre un nuovo reato, nel testo ci sono tre parole che sembrano illuminare una volontà ideologica e culturale molto preoccupante e pericolosa.
Quello che viene considerato reato all’interno della rivolta in carcere è persino la “resistenza anche passiva”.
Siamo al punto che protestare pacificamente diventa reato!
Più precisamente: chiunque, se libero, può protestare pacificamente (almeno per ora…), ma se lo fa in carcere sarà punito con altro carcere.
Sono tutti segnali di una volontà politica di ridisegnare i confini della libertà di espressione del dissenso. Ridisegnarli da destra in senso autoritario.
Non è un bel segnale per la libertà di espressione del pensiero nel nostro Paese.
Proviamo ad immaginare una protesta non violenta in carcere, nata per manifestare indignazione contro il sovraffollamento e le condizioni igienico-sanitarie delle celle. I detenuti potrebbero rifiutarsi di pulire e ordinare la camera, non adempiere agli obblighi lavorativi, persino rifiutarsi di fare la doccia. Domani, se verrà approvato il disegno di legge, i pacifici “rivoltosi” verranno puniti con la reclusione da uno a cinque anni e, se promotori o organizzatori, con la reclusione da due a otto anni.
C’è – in questa criminalizzazione della disobbedienza pacifica a carico esclusivamente di una categoria di persone (i carcerati) che, proprio in quanto già privati della libertà personale, non hanno altro modo di protestare – un atteggiamento punitivo e repressivo che fa davvero paura.
Dietro questa novità vi è una concezione del carcere che viene da lontano e che negli ultimi anni si è radicalizzata: concepire la prigione come mera punizione e i carcerati come persone con minori diritti, da reprimere senza nessun diritto d’appello.
È una filosofia pervasiva, di destra, rozza e autoritaria, che sta mettendo radici sempre più profonde nel nostro paese.
Dalla nostra parte dobbiamo vegliare per contrastare queste derive culturali e ideologiche e garantire a tutti, anche a chi ha sbagliato, i diritti di tutti.