Sul treno per la libertà: sognare la pace, vivere e amare nella notte dell’ europa; nell’ ucraina che resiste.

Da ieri si rincorrono le notizie: un treno partito da Kyiv e diretto in Polonia è finito sotto un attacco russo, colpito da droni e missili nei pressi di Leopoli. Su quei vagoni viaggiavano anche 110 attivisti italiani del Mean – Movimento Europeo di Azione Nonviolenta.
Ma non è questo il punto. Non è stato un attacco contro un treno con 110 italiani: questa non è la vera notizia.
La notizia è che è trascorsa un’altra notte di guerra, l’ennesima in Ucraina, e che questo conflitto continua a farsi ogni giorno più spietato. Che non era notte solo in Ucraina. Che questa è la notte dell’ Europa, e del mondo intero. Noi, infatti, stiamo bene. La preoccupazione è per i popoli che non possono fuggire dalla guerra. In Ucraina vige la legge marziale. Gli uomini non possono lasciare il paese e alla frontiera, i militari entrano nelle nostre cuccette a controllare se sotto i lettini si nasconde qualche fuggitivo.

La nostra delegazione ha incontrato le autorità e le istituzioni ucraine per comprenderne le necessità e iniziare a pianificare progetti. Eravamo e siamo assolutamente consapevoli che costruire progetti con i paesi in guerra possa comportare dei rischi. E’ una libera scelta, di responsabilità.

Parto dalla fine. Nella notte tra sabato 4 e domenica 5 ottobre, l’Ucraina intera è stata colpita da una nuova ondata di bombardamenti: più di 500 droni e 50 missili balistici si sono abbattuti non solo su obiettivi militari, ma anche su città e case abitate. Non è una novità: così si vive in Ucraina da quando è cominciata l’invasione russa. Le esplosioni hanno devastato anche le infrastrutture energetiche, e mentre il Paese si prepara al suo quarto inverno di guerra, il freddo stesso diventa un’arma.

Quella notte ha segnato un cambio di fase.
L’attacco più violento mai lanciato contro Leopoli, nell’Ucraina occidentale, a pochi chilometri dal confine polacco. Lì dove la guerra sembrava lontana, la paura è tornata a bussare con il fragore dei missili.
4 jet della Nato, si sono alzati in volo dalla Polonia, i radar hanno raggiunto il livello massimo d’allerta. Io mi sono svegliato di colpo, poco prima delle cinque, al suono sordo delle esplosioni e del fuoco incrociato della contraerea ucraina che cercava di difendere il cielo.

su quel treno c’ ero anche io

Una cuccetta angusta per 4, la notte dell’ Europa, la lunga traversata nell’ “inferno”.

Appena arrivato a kharkiv, una ragazza ucraina, aveva voluto avvertirmi di ciò a cui andavo incontro, giocando sul doppio significato della parola “welcome“, che può essere sia “prego“, in risposta ad un ringraziamento, sia “benvenuto“.
E così, dopo averla ringraziata per un favore mi ha risposto: “You are welcome. Welcome to hell

Kharkiv, è una città ferita che porta addosso i segni di un dolore troppo grande. Da quando è iniziata la guerra, il cielo è chiuso: tutto si muove sui binari. Il treno è diventato la spina dorsale del Paese, una linea di ferro che unisce l’Est e l’Ovest, il Nord e il Sud.
Saremmo dovuti arrivare in Polonia all’alba, ma ci siamo fermati a lungo a Leopoli.
A 4-5 chilometri da noi settantotto droni e dodici missili piovevano sulla città, illuminando la notte con una luce innaturale, intermittente, che rendeva il buio ancora più spaventoso.

L’ordine era uno solo: essere pronti a scendere, a fuggire leggeri. Ma dopo ore d’attesa, le autorità avevano deciso che era più sicuro attraversare quella zona in fretta, facendo ripartire il treno, piuttosto che restare fermi. Solo poche ore prima, su un’altra tratta, due attacchi russi avevano colpito dei convogli nella regione di Sumy: un morto e trenta feriti.
Poche ore dopo, invece, abbiamo saputo di Anastasia Hrytsiv, 15 anni, uccisa insieme alla madre e a due parenti in un villaggio poco fuori Leopoli — uno di quei luoghi che tutti consideravano “sicuri”.

Prima di ripartire, ho aperto la porta del vagone e ho guardato fuori. Il cielo era ancora scuro, il rumore delle esplosioni arrivava ovattato ma costante. L’aria odorava di plastica bruciata, fumo e ferro. La stazione di Lviv, avvolta nella nebbia e nella paura, sembrava sospesa tra la notte e la storia.

Siamo partiti con il Mean – Movimento europeo di azione nonviolenta, come corpi civili di pace, sul messaggio di Alex Langer. Abbiamo dato vita al Giubileo della Speranza con il nostro gesto semplice e radicale: esserci. Condividere la strada con un popolo che resiste, che chiede libertà di fronte a una violenza che nega ogni diritto umano. Un gruppo di italiani ha capito — sulla propria pelle, nel buio di un vagone — che forma ha la paura. Quella che ogni giorno accompagna milioni di persone, invisibile ma costante, come un’ombra che si allunga sui corpi.

In ucraina vige ancora la legge marziale. Gli uomini ucraini non possono attraversare dalla frontiera e lasciare l’ inferno. Si viaggia solo sui binari: il cielo è chiuso, le strade troppo pericolose. Il nostro viaggio è finito e cominciato così, nel quarto inverno di guerra.

Alla stazione di Kyiv, all’alba, il freddo punge già. La città si muove con lentezza, come ogni capitale in un mattino ordinario, ma sotto la superficie gli allarmi risuonano di nuovo. La metropolitana, profonda più di cento metri, è tornata a essere un rifugio. Nelle banchine sotterranee si legge, si dorme, si attende.

Gli allarmi suonano più spesso, più a lungo. Tre anni di bombardamenti, tremila edifici distrutti — molti già ricostruiti — e quasi quattromila civili morti solo nella capitale.

Nella piazza Maidan, tra le fotografie dei caduti, il Nunzio apostolico, Kulbokas, ci parla con voce ferma:

«Per vincere sulla guerra ci vuole un’idea. E voi, uomini e donne d’Italia, siete una forza di umanità. La pace è una sfida che non riguarda solo la politica, riguarda tutti. È un atto di responsabilità».

Lo stesso spirito anima l’incontro con Alyona Horova, presidente dell’Istituto per la Pace e la Comprensione: «Lavorare sulla pace mentre le bombe cadono è quasi impossibile. Ma se non possiamo chiamare chi ha commesso le ingiustizie, dobbiamo almeno proteggere chi le ha subite».

Ogni volto qui è una storia.
Alla stazione, un uomo in mimetica militare. Gli manca una mano imputata. Ha un sorriso di una dolcezza che non dimenticherò mai. Lo seguo con lo sguardo, e penso che lui sta andando al fronte, mentre io sto tornando a casa.


A Kharkiv, la città del fronte, la notte arriva prima. Alle otto è già buio, e l’aria pesa. I missili impiegano meno di un minuto a colpire dal confine russo. La città, un tempo seconda solo a Kyiv per popolazione, è oggi il simbolo di una resistenza silenziosa. Da una popolazione di due milioni e mezzo di abitanti, ora ha un milione di abitanti in meno. Case distrutte, fabbriche cancellate, campi minati come solo nella seconda guerra mondiale.

Ma niente disordine. Nessuna carta a terra. Nessun fiore appassito.
«Qui tutto viene bombardato e tutto viene ricostruito», dice Chernov, presidente del Ucraino. «Ci prendiamo cura della nostra città, anche dopo quattro anni di guerra. È stanchezza, sì, ma non rassegnazione».

La sfida di amministrare è la capacità di governare la complessità, di dare amore agli ultimi, di offrir loro la bellezza anche all’ inferno. La bellezza e’ Resistenza.

Lo conferma Biletsky, rettore dell’Università Beketov:

«La guerra distrugge tutto: case, vite, idee. Ma c’è qualcosa di peggio della guerra: l’indifferenza. Voi ci ricordate che esiste un mondo che non ha distolto lo sguardo».


Nessuno si abitua alla guerra, eppure tutti resistono. La resistenza qui ha il volto della vita quotidiana: andare a scuola nei bunker, insegnare sotto la metro, ricominciare ogni giorno, amarsi, perché ogni bacio potrebbe essere l’ ultimo.

Tra i 110 del Mean c’erano associazioni, credenti e laici, madri e studenti.
C’era un uomo di 85 anni, che ha viaggiato “perché la solidarietà si porta di persona”.
E c’era Sara, 16 anni: «Da tre anni i ragazzi della mia età vivono tra sirene e bunker. E non ho visto nessuno abbattersi».
C’era Erica, che dice: «Sono arrabbiata con la guerra e con l’Europa. Se avessimo avuto i Corpi civili di pace nel 2014, forse tutto questo non sarebbe accaduto».
Il sogno di Alexander Langer, che sul punto di morte ci chiedeva di non essere tristi e continuare con ciò che è giusto. Un’ anima che ho sempre avvertito una certa fratellanza, per la vicinanza nella visione politica, per l’ ombra dell’ abisso che a volte divora il mio cuore come ha divorato il suo.

Nel cimitero di Kharkiv, tante buche pronte ad accogliere nuovi corpi caldi.
Un uomo ne scava un’ altra con la pala.
Olga e Ludmilla piangono lo stesso corpo: Maxim, marito e fratello. «Guarda tutte queste tombe», dice Olga. «Questa parte è nuova. Si è riempita in sei mesi. E ce ne saranno altre».



Sulla tomba di un ragazzo, in una teca, un pupazzo dei minion che le ha regalato la figlia.
Questo viaggio mi ha insegnato il delirio di voler costruire la pace, parlando di chi ha torto e chi ha ragione, di chi ha agito per primo e chi per ultimo.
La vita va protetta.
Esiste una diplomazia dei governi. Ma esiste anche una diplomazia delle città.
Esiste una diplomazia dall’ alto. Ma anche una diplomazia dal basso.
Nel fallimento delle ideologie, degli apparati e dei leader che governano il mondo, con i nostri corpi possiamo costruire la pace.
Una cosa è certa: tornerò molto a breve!
Non abbandonerò queste persone al loro destino. Ho già fissato un primo appuntamento con alcune amministrazioni della provincia interessate a creare dei gemellaggi con questo popolo, ospitarne le famiglie delle vittime ed i bambini.

Non è riuscito Orban a soffocare la voce mia e di decine di migliaia di persone che con il Pride di Budapest hanno gridato che la ricchezza della vita sta nel fatto che si nasce tutti diversi, ma con uguale diritto alla felicità. Non saranno le bombe di Putin a uccidere il nostro sogno di pace. I regimi illiberali e anti-democratici vanno affrontati. In modo pacifico ma a viso aperto, con lucidità, determinazione e coraggio.

Perché quando tutto brucia, anche quando la paura prende forma, restare umani è il primo atto di resistenza.

Lascia un commento